URBANISTICA

Rigenerazione urbana per una città policentrica

Non è più tempo di espansione della città verso il territorio aperto. Gli strumenti urbanistici approvati fin d’ora hanno previsto una espansione edificatoria basata su previsioni di crescita di popolazione che non c’è stata, ma che ha sottratto suolo in risposta alla logica della speculazione edilizia a favore della rendita fondiaria a scapito dell’interesse collettivo.

  • Riprogettare il PAT (Piano di Assetto del Territorio) per azzerare il consumo di suolo e promuovere una rigenerazione del tessuto urbano, partendo dal recupero degli spazi degradati e inutilizzati.
  • Portare nei quartieri gli spazi sociali di aggregazione, le aree verdi ed i servizi mancanti, per dare identità e vivibilità alle periferie.
  • Rigenerare le funzioni strategiche della città (Fiera, ZIP, Interporto, Ospedale, ecc.) in chiave di innovazione tecnologica e valore attrattivo della città.
  • Dare risposta alla domanda di casa, legata alle fasce di popolazione in difficoltà economica
  • Fermare le nuove grandi aree commerciali e creare strumenti in favore del piccolo commercio rionale.

    Rete Ecologica Urbana
  • Realizzare un progetto organico che miri a saldare la rete diffusa di parchi urbani, di corridoi ecologici e di mobilità lenta, che abbia come nucleo centrale il “parco delle mura e delle acque” e diffonda verso il territorio agricolo aperto, passando attraverso i grandi parchi urbani.
  • Restituire il territorio non edificato alla sua vocazione agricola attraverso il  Parco agropaesaggistico metropolitano e più in generale alla funzione di rete ecologica che dal territorio aperto può portare in città ossigeno, limitare l’effetto serra per compensazione di CO2, mitigare l’isola di calore urbano, fungere da sfogo idraulico

Stop al consumo di suolo

IL TEMA

La nostra Padova è sesta tra le città italiane per superfici cementificate, ai primissimi posti nelle classifiche dell’inquinamento atmosferico, seconda per rischio di morte da calore, mentre permane costante un elevato rischio idraulico per larga parte dei suoi quartieri.

Il “consumo di suolo”, ovvero la progressiva erosione del territorio rurale a opera di nuove urbanizzazioni è l’esito nefasto di norme nazionali non soltanto in materia di governo del territorio, ma anche di norme relative alla fiscalità locale (la possibilità per i Comuni, ad esempio, di utilizzare i proventi degli oneri di urbanizzazione anche per finanziare la spesa corrente)  o alla fiscalità d’impresa (“Legge Tremonti” che consentiva di detrarre dall’imponibile delle imprese la spesa per nuovi capannoni, indipendentemente dal fatto che questi fossero necessari all’attività produttiva) o ai condoni edilizi che si sono succeduti negli anni, e delle norme regionali in materia di governo de l territorio e urbanistica.

Gli strumenti urbanistici approvati prevedono una espansione edificatoria basata su previsioni di crescita di popolazione che non c’è (-26.000 ab. dal 1980), senza dare risposta alla vera domanda abitativa (edilizia sociale), ma rispondendo alla logica della speculazione edilizia a favore della rendita fondiaria a scapito dell’interesse pubblico.

La Relazione Ambientale del PATI documenta come nel decennio di attuazione del piano, anziché rispettare l’obiettivo di una riduzione del 20% delle emissioni climalteranti, i previsti incrementi del traffico veicolare comporteranno un aumento del 40% delle emissioni di CO2 ed un aumento del 19% delle polveri sottili, mentre i nuovi insediamenti commerciali, direzionali e produttivi comporteranno un incremento del 23,45% delle emissioni di CO2.

Il PAT, adottato nel 2009 e approvato nel 2014, fondava il proprio dimensionamento su un previsto incremento della popolazione, tra il 2008 ed il 2018, di 24.185 abitanti. Per far fronte a tale previsione il PAT consente una capacità insediativa di quasi 4,7 milioni di m3, dei quali oltre 2,6 milioni già localizzati dal Piano degli Interventi ed ulteriori 2 milioni circa da localizzare; questo a fronte di una diminuzione di popolazione dal 1980 al 2017 di -26.000 ab..

Con un delta tra previsto e reale di -50.000 abitanti e 11.000 tra appartamenti e case sfitte a Padova, si rende necessaria una revisione del PAT al ribasso in termini di cubatura per salvaguardare il territorio aperto e scommettere sulla rigenerazione urbana.

LA PROPOSTA

Coalizione Civica  intende elaborare una Variante al PAT, che azzeri le previsioni edificatorie del precedente, fatti salvi gli interventi effettuabili in diretta applicazione del piano (autorizzazioni già rilasciate) e le convenzioni urbanistiche già sottoscritte, giustificando tale impostazione sulla base di:

  • diminuzione della popolazione, al contrario del previsto aumento;
  • case e appartamenti non occupati per 11.000 unità;
  • rischio idraulico,
  • saturazione cunei verdi;
  • necessità di ridurre l’effetto isola di calore urbano e di portare ossigeno in città.

Numerose sentenze del Consiglio di Stato confermano tutte (Perugia n.2418/2009, Cortina n.2710/2012, ecc.) la legittimità della riduzione del consumo di suolo a fronte di una ragione motivata e puntuale di interesse generale. I cosiddetti “diritti edificatori” infatti sono esercitabili solo in presenza di una convenzione firmata dalle parti e di atti autorizzativi rilasciati.

A tal fine intende predisporre una apposita Variante al Piano degli Interventi finalizzata a:

  • misure di salvaguardia di tutte le residue aree inedificate del territorio comunale, con ritorno, ove possibile, a destinazione agricola o a verde pubblico;
  • dare continuità tra cunei verdi urbani e territorio agricolo periurbano, quale sistema di compensazione CO2, depurazione dell’aria, raffrescamento dell’isola di calore urbano e riduzione del rischio idraulico;
  • costruzione di una rete ecologica comunale priva di soluzioni di continuità, connessa al sistema delle acque, ai parchi urbani e al Parco delle Mura cinquecentesche;
  • potenziamento dell’agricoltura urbana, delle fattorie didattiche e degli orti comunitari, formazione di ambiti agricoli periurbani incrementandone le valenze produttive, paesaggistiche ed ecosistemiche;
  • censimento aree dismesse e individuazione dei contesti in cui promuovere processi di rigenerazione urbana sostenibile fornendo precise indicazioni progettuali e adeguati incentivi legati ad una pubblica utilità.

La Variante al PAT dovrà essere coordinata con le strategie di un aggiornato Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile (PAES) e con quelle del redigendo Piano di Adattamento Locale ai cambiamenti climatici (PAL), con la rielaborazione del Regolamento Edilizio.

La revisione al ribasso della potenzialità edificatoria andrà fatta con il confronto puntuale con i privati proprietari dei terreni, ricorrendo anche alla norma regionale sulle “varianti verdi” L. R. 4/2015, che consente ai privati di rinunciare alla potenzialità edificatoria.

Rete Ecologica, Parchi e Agricoltura

IL TEMA

Il disegno complessivo di “città stellare” voluto dal Piano Regolatore Piccinato (1957) è stato eroso negli anni da continue varianti al PRG che hanno messo a rischio la funzione dei “cunei verdi” di portare gli effetti benefici del territorio aperto dentro la città. Nel medesimo periodo storico, il territorio rurale periurbano è stato oggetto di una forte espansione urbana dettata in parte dall’aumento demografico, ma spesso da speculazione edilizia a favore della rendita fondiaria. Le aree rurali a ridosso della città, suddivise in piccole unità imprenditoriali agricole, hanno relegato la loro funzione alla produzione di cereali in conto terzi, in attesa di una prossima urbanizzazione.

LA PROPOSTA

“Coltiviamo la Città”, e insieme al verde, all’agricoltura, coltiviamo i rapporti sociali che più facilmente si creano in un ambiente sano e sostenibile, per creare una città più inclusiva, accogliente, sicura e che si prenda cura delle proprie periferie, differenze, fragilità.

Coalizione Civica intende realizzare un Piano di sviluppo della rete ecologica comunale che preveda la connessione delle aree verdi urbane con quelle del territorio aperto agricolo:

  1. Parchi, giardini e percorsi verdi interni alla città;
  2. Cintura verde e “cunei verdi” per limitare l’espansione urbana;
  3. Parco Agropaesaggistico Metropolitano Parco del Basso Isonzo, Parco Colli Euganei)
  4. Ridare valore al Settore Verde Urbano

Nel disegno complessivo di rete ecologica comunale vanno individuati progetti di riqualificazione o integrazione delle aree verdi a scala di quartiere, mediante il coinvolgimento di tutti i cittadini in percorsi di progettazione partecipata, facendo particolare attenzione alle periferie.

  1. Parchi, giardini, viali, argini, oggi in gran parte ancora scollegati, possono costituire una rete di natura che collegherà gli elementi della campagna coltivata, attraverso gli spazi verdi urbani al sistema dell’imponente cinta muraria rinascimentale nel Parco delle Mura, anche tramite percorsi ciclabili e pedonali; una sorta di armatura urbana a sostegno sia della biodiversità che della fruizione sociale.
  2. Una cintura alberata ai margini dell’edificato e lungo le tangenziali (green belt) può contribuire a mitigare gli effetti di inquinamento dell’aria, definire una cornice paesaggistica, contribuire alla ridefinizione della rete ecologica comunale.
  3. L’agricoltura urbana, la sicurezza e la sovranità alimentare sono oggi universalmente riconosciuti quali fattori essenziali per lo sviluppo sostenibile dei nostri territori, riducendo la dipendenza dalle importazioni e incrementando la resilienza delle città nei confronti delle crisi economiche e dei cambiamenti climatici. Si avverte infatti oggi la necessità di una nuova strategia di sviluppo rurale non disgiunta da un nuovo modo di pensare la pianificazione territoriale e paesaggistica.  

Serve adottare una visione diversa e condivisa del territorio; non più uno spazio vuoto da riempire ma un territorio da valorizzare (anche economicamente) con una agricoltura a basso impatto ambientale e soprattutto biologica, che ridia spazio alla rete di fossi e siepi, quale componente importante della riqualificazione del paesaggio veneto.

Le attività agricole in ambito urbano e periurbano, grazie al fattore vicinanza tra produttori e consumatori, possono consentire di realizzare filiere corte per la fornitura di prodotti alimentari di qualità, eliminando i sovra-costi della grande distribuzione e riducendone i fattori d’inquinamento. Inoltre queste attività, qualora riconvertite in chiave ecologica, possono contribuire alla messa in sicurezza idraulica del territorio, favorendo la fertilità dei suoli, la biodiversità e il recupero del paesaggio.

Coalizione Civica propone, su modelli dei Parchi agrari di Milano e Barcellona:

  • la ripresa delle attività di Agenda 21 per tradurre le Linee Guida in un Piano d’Azione che individui i soggetti responsabili, la tempistica, le azioni e le risorse per l’attuazione del Parco Agropaesaggistico Metropolitano;
  • Il censimento dei terreni abbandonati ed incolti per istituire la “Banca della Terra” e individuare le procedure per l’assegnazione di questi terreni a giovani coltivatori;
  • Il coordinamento della Provincia e dei Comuni interessati all’attuazione del Parco, i cui primi obiettivi dovranno essere l’introduzione del tema dell’Agricoltura nel Piano di Assetto Intercomunale (PATI) e la conseguente revisione dei Piani degli Interventi dei singoli comuni;
  • Impegnare la Regione Veneto ad elaborare il Piano Paesaggistico d’Ambito previsto da PTRC ed inserire tra i Progetti Strategici Regionali quello della “Pianura Agropolitana Centrale”.
  1. La chiusura del Settore Verde Pubblico e parchi urbani ha portato di fatto una crescente disattenzione alla qualità del verde urbano, storico o meno, una scarsa manutenzione dei parchi e del verde in genere e uno scollamento a livello decisionale con le volontà espresse dagli abitanti.

E’ urgente ripristinare l’autonomia del tema Verde Pubblico, includendolo nel Settore Ambiente, rivedendo il Regolamento sul verde e utilizzando personale specializzato (forestali, biologi, naturalisti, ecc.), permettendo agli abitanti di essere informati con congruo anticipo anche degli abbattimenti e dei progetti di sostituzione rendendo pubblici gli atti più importanti relativi agli abbattimenti, ovvero le perizie tecniche.

SCHEDA 1 – Parco delle Mura e delle Acque

Padova è una “città murata”, ma non ha più la consapevolezza di esserlo pur avendo un sistema bastionato rinascimentale lungo 11 km (tra i più lunghi d’Europa). Recuperare il monumento “più grande” della città, ma anche il più invisibile, per incuria o per strutture che vi si sono sovrapposte, tramite la creazione del Parco delle Mura e delle Acque, significa restituire alla città uno dei suoi elementi identitari.

Il sistema bastionato è molto più di un semplice muro. Esso è costituito anche da un sistema di spazi verdi, interni alla città (terrapieni) ed esterni (le aree di fossa) che in origine costituivano un percorso continuo. Oggi esso si presenta frammentato, con difficoltà di percorribilità ma potenzialmente “ricucibile” e liberabile per creare una fascia verde ininterrotta attorno al centro storico che insieme ai tratti in cui il sistema difensivo è integrato con Piovego e Bacchiglione costituisca il Parco delle Mura e delle Acque.

Problemi da risolvere:

  • restauro materiale di bastioni, cortine murarie e porte;
  • liberazione delle aree di fossa dalle costruzioni prive di significato e valore storico (a cominciare da quelle di proprietà pubblica) e allontanamento di tutte quelle funzioni incompatibili con la tutela e la fruizione del parco;
  • dove le liberazioni non sono possibili (specialmente sul lato interno) creazione di fasce di rispetto che comunque consentano una percorribilità continua di tutto il sistema anche per le esigenze di manutenzione del manufatto stesso.

Coalizione Civica propone:

  • Attuazione di un piano guida unitario (già esistente) per un’azione che segua criteri omogenei su tutto il fronte bastionato, da attuarsi per stralci funzionali e superando la logica di intervento emergenziale che ha caratterizzato i decenni passati;
  • Recupero delle aree degradate lungo le mura di Padova sottoutilizzate (piazzale Boschetti, area tra vecchia e nuova via Sarpi, caserma Salomone, stadio Appiani, piazza Rabin dove va riproposto lo stombinamento dell’Alicorno) o addirittura inaccessibili (ex caserme Piave e Prandina, escludendo per quest’ultima l’attuale previsione a parcheggio e valorizzando gli edifici esistenti per usi sociali-produttivi) la cui rigenerazione urbana potrebbe essere connessa con il recupero dei tratti di sistema bastionato adiacenti costituendo degli ambiti di intervento unitari con beneficio per entrambe le situazioni;
  • Creazione di un team di progetto (Ufficio Mura) all’interno dell’amministrazione comunale che sappia integrare gli apporti multidisciplinari necessari alla risoluzione delle problematiche (restauro monumentale, gestione degli spazi verdi, gestione delle acque fluviali, verifiche patrimoniali, valorizzazione culturale degli spazi con attività rivolte alla cittadinanza e alla promozione turistica).

Le opportunità fornite dal Parco potranno essere:

  • Aumento della disponibilità di superfici verdi con possibilità di utilizzare le aree di fossa anche come bacini di prima pioggia in caso di eventi meteo particolarmente intensi contribuendo alla sicurezza idraulica di tutta la città;
  • Creazione di una serie di percorsi ciclabili e pedonali in sede separata (in alcuni casi addirittura sopraelevata) rispetto alla mobilità automobilistica;
  • Implementazione della navigazione fluviale;
  • L’interconnessione del Parco delle Mura e delle Acque con il sistema dei percorsi ciclabili del territorio circostante (per es: colli euganei, Treviso-Ostiglia), facendolo divenire il punto di arrivo o partenza di una rete aperta ad un turismo soft in modo da proporre Padova ad un’utenza turistica finora non presente in città;
  • Recuperare una serie di spazi interni ed esterni a disposizione di eventi culturali che preservino la memoria dei luoghi e che siano occasione di  una offerta integrata e continua di eventi che rendano vivi questi luoghi.

Rigenerazione urbana – Qualità della vita in città

IL TEMA

Lo stop al consumo di suolo non significa congelare la città, ma rigenerarla nei suoi spazi vuoti o degradati con l’obiettivo di restituire le funzioni mancanti.

Padova è un ecosistema che ha superato la sua capacità portante e deve quindi correggere quelle inefficienze funzionali (inquinamento, mobilità congestionata, carenza di servizi e spazi di relazione, aree degradate e diseguaglianze sociali) per trovare un equilibrio che restituisca qualità della vita ai suoi abitanti.

Trasparenza, partecipazione e collaborazione sono elementi chiave in questo ambito perché gli abitanti di una città sono una risorsa che deve essere attivata, così come la costruzione di reti a livello amministrativo intercomunale metropolitano è l’unica strada da percorrere per poter realizzare obbiettivi strategici tagliati su misura degli abitanti dei quartieri che vivono la città in tutte le sue parti. Anche se sono state protagoniste di vari dibattiti, alla fine non sono state realizzate né la città metropolitana (PA-TRE-VE) né la Grande Padova; eppure questa questione va affrontata prioritariamente e risolta cercando e costruendo il consenso della maggior parte delle amministrazioni.

Le aree industriali in disuso da sempre sono oggetto di facile speculazione ed, allo stesso tempo, cadono rapidamente in degrado se non sono rimesse in funzione. A Padova assistiamo ad un vero e proprio processo di deindustrializzazione; la nostra Zona Industriale è un’area molto estesa (10 km2), che non corrisponde più alle esigenze ed alle caratteristiche odierne del settore e che si presenta inutilizzata per almeno 1/3 delle aree e dei capannoni, secondo stime non ufficiali ma realistiche.

L’insostenibile livello di inquinamento è dovuto sia alla congestione del traffico causato dallo sviluppo della logistica, sia dalla scarsa strategia della gestione dei flussi della mobilità cittadina, dove la grande opera del tram rimane isolata e fuori da un desiderabile progetto d’insieme di mobilità e trasporti a ridotto impatto ambientale. L’aver scommesso solo sul traffico su gomma invece che su quello su rotaia e fluviale, porta oggi ad una bassa efficienza ed a alti costi non solo a livello economico, ma anche in termini di impatto ambientale e sulla salute.

Qualsiasi tipo di superficie, come di spazio o costruzione, che si trovi in zona industriale o in periferia come nel centro della città, lasciata inutilizzata diventa poi facilmente un elemento marginale nel senso che cade nel degrado per il fatto di non essere vissuta. Il degrado materiale favorisce il degrado sociale.

LA PROPOSTA

Partendo da questi punti possiamo indicare un percorso del nostro agire, che avvii un processo di riconversione ecologica delle città verso una crescita non quantitativa ma qualitativa, umana e sociale, rispettosa dell’ambiente e delle differenze, della storia e della cultura, della bellezza dell’arte e del paesaggio. Queste ricchezze se valorizzate, in una città come Padova e il suo hinterland, rafforzerebbero l’attrattività in termini di investimenti industriali e di economia turistica che oggi nel mondo è in forte crescita e in Italia, nonostante il suo immenso patrimonio, sta retrocedendo; quest’ultima rappresenta per Padova un’opportunità che non ha mai ricevuto il giusto impulso dalla politica.

Gli interventi di rigenerazione urbana devono essere dotati dei seguenti requisiti predeterminati che solo se vengono rispettati permettono di raggiungere gli obbiettivi: la sostenibilità energetica, l’uso delle risorse rinnovabili edilizie ed impiantistiche, una mobilità sostenibile, l’accessibilità dei mezzi pubblici di trasporto legata sia al lavoro che al tempo libero, la dotazione di alloggi in locazione e di edilizia residenziale pubblica, il recupero di elementi naturali preesistenti (vegetazione, corsi d’acqua, etc…) e manufatti che preservino la memoria storica dei luoghi, ampie superfici di terreno permeabile destinate a prato e a macchia boscata e la presenza di negozi di vicinato e di servizi pubblici di quartiere.

La rigenerazione deve partire dalle aree pubbliche (comunali e demaniali) con un
Piano che preveda nuove destinazioni d’uso compatibili con il tessuto edificato circostante, che non dovranno aggravare la condizione del traffico urbano ma anzi alleggerirlo. In queste aree devono essere anche garantiti:

 

  • la destinazione a servizi pubblici di quartiere e urbani mancanti, nella quota necessaria;
  • il mantenimento di manufatti o parte di essi che rappresentino la memoria storica o che abbiano valore documentale o di archeologia industriale;
  • la permeabilità di non meno del 50% della superficie complessiva;
  • la realizzazione di  aree verdi alberate pubbliche su quota consistente della superficie permeabile;
  • condizioni per l’inserimento di piccole attività produttivi e di servizi, compatibili con il tessuto residenziale e piccole strutture di commercio di vicinato.

 

Si presenta l’urgenza di affrontare il degrado materiale degli edifici e delle unità immobiliari di proprietà dei Comuni o dei privati lasciati senza una funzione, senza manutenzione e sottratti all’uso sociale in favore della comunità. Allo stesso modo dobbiamo affrontare la necessità di riconversione di infrastrutture pubbliche (per esempio le caserme) e di riattivazione di spazi pubblici mal progettati o scarsamente valorizzati all’interno di una crescente esclusione sociale e urbana. Il recupero e la riattivazione di questi spazi può ad esempio essere messa al servizio della comunità che spesso non trova opportunità di condivisione ed associazione che non siano le attività proposte all’interno delle grandi superfici commerciali e che invece, trovando spazi disponibili, potrebbe dar vita a iniziative socialmente virtuose come coworking e cohousing, orti urbani (urban food gardening), etc .

Per quanto riguarda il rischio di degrado sociale, in conseguenza del degrado materiale, è necessario riconsiderare le periferie, ridotte a “zone dormitorio”, con scarsi servizi, mancanza di opportunità di coesione sociale e di attività culturali. La sicurezza si promuove a partire dalla riqualificazione delle periferie urbane, attraverso azioni di restauro dei quartieri periferici, dando priorità alle zone più degradate con il risanamento degli edifici, la riorganizzazione dei vuoti attraverso la loro riconversione in spazi pubblici collettivi come parchi, piazze, servizi e trasporti pubblici efficienti.

La visione di una città policentrica presuppone la caratterizzazione di ogni quartiere attraverso funzioni e attrezzature importanti (es: Auditorium) che non devono essere collocate esclusivamente nel centro urbano. La presenza di negozi di vicinato, centri di quartiere dove i cittadini trovino una biblioteca, sale di riunione e spazi di incontro, servizi informativi sull’attività amministrativa, Parchi e Piazze (come la Piazza-Parco proposta al quartiere Arcella), possono diventare un forte elemento formale, una centralità urbana, attrattiva non solo per la comunità locale, ma per l’intera città.

La Zona Industriale va rigenerata mediante una agenzia di Business location e marketing territoriale che recuperi gli spazi in disuso in chiave di offerta ad un mercato legato alla innovazione e alla sostenibilità.

La realizzazione del nuovo Ospedale sul sedime del vecchio può essere una straordinaria occasione di rigenerazione urbana.

SCHEDA 2 – Rigenerare la Zona Industriale

La Zona Industriale, pur vedendo ridursi le attività produttive ed aumentare le aree dismesse, è oggetto di una spinta di allargamento verso i paesi della cintura dove il prezzo delle aree agricole da trasformare in industriali è conveniente e le operazioni speculative di cambio di destinazione d’uso fanno più gola. In particolare questo processo è evidente a Camin, quartiere ormai completamente accerchiato dalla zona. Anche Villatora e Noventa Padovana stanno soffrendo questo ampliamento industriale ingiustificato ed aggressivo nei confronti del tessuto abitativo e di quello che rimane di quello agricolo.

Inoltre, da quando alcune grosse realtà commerciali hanno stabilito le loro attività nelle aree industriali prossime al centro, è aumentato anche l’interesse sui terreni da parte di altre multinazionali del commercio. Ma avere altri grossi centri commerciali in zona industriale significa aumentare il traffico ed il relativo inquinamento, oltre che sottrarre spazi alle attività produttive, artigianali e industriali, con effetto di svuotamento dei piccoli negozi di prossimità.

Se la Zona industriale Nord può essere riconvertita a funzione mista produttiva, servizi e residenziale, la Zona industriale Sud deve invece essere riattivata in modo da attrarre investimenti e aziende, puntando su innovazione e promozione territoriale, connettività e qualità della vita, ed in questo contesto il Comune può essere una cabina di regia.

Non si può pensare di consumare ancora suolo agricolo per ampliare la Zona Industriale a fronte di un terzo dei capannoni che sono rimasti vuoti e non utilizzati, abbandonandoli al degrado. Il Consorzio ZIP ha esaurito la sua funzione di ente che acquisisce terreni e deve essere riconvertito in una Agenzia di Business Location e marketing territoriale. Serve una struttura che favorisca la competitività dell’area padovana: il suo ruolo dovrebbe essere quello di promuovere le caratteristiche forti della città e mettere in rete le possibili partnership tra aziende, l’Università e Autorità locali. Al suo interno dovrebbe sorgere un’agenzia immobiliare che faccia un censimento dei capannoni sfitti e risponda alle richieste di mercato di aziende interessate. Questa Agenzia dovrebbe promuovere una connettività veloce (nuova linea di tram) a favore delle aziende, con fibra ottica ed una logistica intermodale (non solo gomma, ma ferrovie e idrovia),  dovrebbe supportarle nell’accesso ai finanziamenti europei e aiutarle negli adempimenti normativi.  Va studiato l’assetto attuale degli insediamenti produttivi per settore in modo da formare HUB (punti di concentrazione di aziende simili e attività complementari) capaci di costruire nuove sinergie.

In questo contesto il Comune deve avere un ruolo di cabina di regia per favorire il marketing territoriale, per semplificare la burocrazia, per agevolare le pratiche di insediamento e promuovere la qualità della vita in città e i servizi offerti, a partire da una mobilità sostenibile ed efficiente.

Pensiamo a modelli come Bolzano e Zurigo, dove l’offerta non è solo quella di uno spazio per le aziende, ma l’inserimento in un tessuto innovativo e di relazioni con il territorio.

L’Amministrazione comunale deve:

  • favorire la nascita di una Agenzia di Business location;
  • portare una linea di tram a servizio della Zona Idustriale, in collegamento con Padova 1 (area dirigenziale) e Fiera;
  • limitare l’apertura di altri centri commerciali in territorio ZIP;
  • definire degli spazi adeguati di perimetrazione delle aree industriali rispetto ai centri abitati attraverso corridoi verdi comprensivi di alberature e la rimozione di cemento e asfalto, ove possibile, con funzione di mitigazione dell’isola di calore urbano;
  • attivare un confronto serrato con la Regione Veneto per avviare i lavori dell’idrovia, a supporto di una logistica intermodale e di salvaguardia idraulica;
  • promuovere accordi e partnership tra il mondo artigianale e industriale con l’Università e Istituti Tecnici e Professionali attraverso la realizzazione di centri di ricerca tecnologica, anche su aree o capannoni inutilizzati, di tesi di laurea, dottorati, etc… sul tema della riconversione industriale; questo potrebbe essere un modo per avvicinare Università e scuola all’industria in un processo di scambio di competenze, di risorse intellettuali e materiali quanto mai necessarie per affrontare le sfide tecnologiche in atto nel mondo industriale.

SCHEDA 3 – Il Nuovo Ospedale: meglio nuovo sull’attuale sede in centro città

Il dibattito in corso in questi anni sul “nuovo ospedale per Padova” ha perso di vista l’oggetto vero del contendere, ovvero la Sanità. La discussione si è soffermata quasi esclusivamente sulla localizzazione del nuovo complesso ospedaliero con le molteplici funzioni che avrebbero gravitato al suo intorno, con un forte interesse rivolto più all’incremento di valore delle aree prodotto da una variante urbanistica che ai problemi irrisolti della sanità. Non è emersa una discussione seria sul modello al quale mirare, propedeutico a qualsiasi scelta localizzativa.

Le scelte di un nuovo ospedale, sia a Padova Ovest che Padova Est, comportano un consumo di suolo rilevante con conseguenti rischi idraulici, cementificazione del territorio, pesanti speculazioni edilizie. Inoltre lo spostamento dell’attuale sede creerebbe un vuoto urbano, che non solo favorirebbe altre speculazioni nel cuore della città vista l’inconcepibile assenza di una precisa destinazione d’uso nel PI vigente, ma impoverirebbe un tessuto consolidato di realtà che attualmente gravitano attorno alla struttura ospedaliera.

La realizzazione di un ospedale ex-novo necessità di un forte finanziamento in assenza del quale si pone con pericolosa insistenza l’ipotesi di una subdola privatizzazione della sanità attraverso il ricorso al project financing (vedasi ospedale di Mestre i cui costi triplicati sono a carico dell’utenza), mentre dall’altro, per mantenere l’eccellenza sanitaria, le strutture del vecchio ospedale devono comunque essere conservate in efficienza e quindi sottoposte a manutenzione con raddoppio complessivo della spesa pubblica.

Un modello di struttura sanitaria proiettato verso il futuro della medicina moderna deve essere centrato sulla persona, la prevenzione, il territorio, la continuità assistenziale e delle cure casa-ospedale, con tempi di accesso alle prestazioni specialistiche certi, garantendo un servizio pubblico, adeguato alle malattie per le quali è richiesto.

Una nuova struttura funzionale alla gestione delle fasi acute potrebbe corrispondere a volumi compatibili con la permanenza sull’attuale sedime.

E’ necessaria una progettazione complessiva, che non intervenga in modo estemporaneo, ma programmato, valutando processi di demolizione e costruzione progressiva, mirati ad una logistica funzionale all’assistenza, con l’ottimizzazione dei collegamenti tra i reparti e la riscrittura viaria  dell’area di tutto il quadrante ospedaliero, rivolta alla conservazione degli edifici monumentali, alla liberazione di spazi a favore del parco delle mura (fascia di rispetto), allo stombinamento del canale per connettere le altre aree verdi della città, in una visione complessiva e unitaria dell’area urbana.

La gestione della fase cronica deve trovare invece una collocazione diffusa sul territorio, anche metropolitano, a rete con l’utilizzo di strutture esistenti, con la creazione di poli multifunzionali della medicina di base consorziando i “medici di famiglia” in idonee microstrutture diagnostiche organizzate in rete, oltre che progettare una gestione domiciliare e di telemedicina per pazienti anziani o affetti da cronicità, in modo da liberare la degenza centralizzata.

SCHEDA 4 – Vuoti urbani, periferie e città policentrica  

Casa e mercato immobiliare

L’emergenza abitativa ormai da decenni si ripresenta come un problema costante. E’ una questione strutturale che non viene affrontata, forse perché colpisce prevalentemente fasce deboli come famiglie povere, giovani, anziani, ed immigrati. Manca una Politica per la Casa che risponda alle oltre 1.500 domande di aventi diritto ad un alloggio sociale (600.000 a livello nazionale) e una politica di alloggi in locazione a prezzi equi. Siamo fra gli ultimi in Europa con il 5% di edilizia residenziale pubblica a fronte del 25% di altri Paesi europei. Casa e servizi a prezzi accessibili farebbero uscire dalla fascia di povertà milioni di famiglie. Gli sfratti per morosità incolpevole infatti rappresentano il 90% del totale. A Padova 46 sfratti al mese colpiscono famiglie indigenti.

La casa è un diritto e come tale va garantito a tutti. Vanno quindi intraprese politiche strutturali che senza alimentare consumo di suolo utilizzino le risorse presenti nel territorio. Gli alloggi inutilizzati sono aumentati del 350%. Non c’è rapporto fra domanda e offerta, poiché non si è costruito questo surplus di volumi per rispondere ad una domanda di case, ma per “investire”, quando la rendita immobiliare fruttava più di qualsiasi altro investimento e ancor oggi costruire in assenza di fabbisogno serve anche per riciclare il denaro sporco, con la complicità delle banche esposte in rischiose operazioni immobiliari che contribuiscono al loro “stato di sofferenza”.

La rendita parassitaria urbana è la principale causa della crisi delle città e del loro degrado ambientale e sociale, toglie le risorse necessarie allo sviluppo, all’innovazione, le distoglie dagli investimenti produttivi, condiziona le scelte urbanistiche, produce un aumento dei prezzi delle case e riduce la città ad una merce.

Il risanamento e la cura del territorio, il restauro dei beni architettonici, la messa a norma degli edifici, a cominciare dagli interventi antisismici, risparmierebbero vite umane e ridurrebbero i danni e i costi necessari a ripararli. Sono investimenti che rispetto alle “grandi opere” aumentato i posti di lavoro e favoriscono le piccole e medie imprese locali anche con antiche tradizioni.

L’edilizia sociale deve diventare un nuovo standard e corrispondere almeno al 20% del costruito in tutti gli interventi di trasformazione urbana; iniziare una sana battaglia contro la rendita per restituirne il suo valore alla collettività, attraverso un contributo di scopo; mantenere la proprietà pubblica dei quartieri di edilizia popolare anche al fine di consentire l’attuazione di organici programmi di recupero e rigenerazione urbana.

Perequazione urbanistica

Da anni ormai la perequazione urbanistica viene usata con discrezionalità e grave danno per la città. E’ uno strumento che a Padova e non solo, ha irrimediabilmente sottratto polmoni di verde urbano previsti dal Piano Regolatore, standard e servizi di cui i cittadini avevano diritto. Ma gli unici diritti ai quali le Amministrazioni passate hanno dato ascolto sono i “diritti edificatori” privi di fondamento giuridico. La conseguenza è la privatizzazione della città a scapito della CITTA’ PUBBLICA.

Le costruzioni private si realizzano, gli standard urbanistici (verde, parcheggi, centri civici..) previsti per Legge, rimangono sulla carta. In cambio della possibilità di costruire, i privati cedono al Comune parte del terreno di loro proprietà anche in luoghi non previsti nel PRG o ancor più frequentemente usano un’area destinata dal PRG a verde pubblico, per edificarla e cederne in cambio una parte al Comune. Area che a volte non viene utilizzata o di fatto lo è ad uso esclusivo di chi ha costruito. La città pubblica prevista dal Piano non viene così realizzata e decadono dopo 5 anni le previsioni dei servizi pubblici di quartiere. Per opporsi a questi misfatti (vedi Parco Iris) contro i quali i cittadini hanno finora invano lottato, la perequazione

La perequazione ad arcipelago consente di comprendere nello stesso ambito aree a destinazione pubblica e privata anche non contigue, in modo da collocare in maniera funzionale da un lato l’edificato e dall’altro realizzare gli standard pubblici di quartiere (spazi verdi, piazze e servizi) dove effettivamente servono, dando così attuazione al Piano, sia nelle sue parti pubbliche che private.

SCHEDA 5 – Un Distretto per la cultura e la creatività digitale in Fiera

Tutto l’ampio settore urbano compreso tra la stazione ferroviaria e via Venezia è in fase di avanzata e radicale trasformazione edilizia e funzionale. Qui peraltro insistono estese proprietà e strutture pubbliche: gli stabili della fiera in primo luogo, ma anche i nuovi istituti e le nuove strutture universitarie, gli immobili dell’APS-Mobilità, le aree delle Ferrovie dello Stato, piazzale Boschetti e la stazione delle corriere. Sono in larga parte le aree della primitiva zona industriale di Padova, che si stanno riconvertendo in direzionale e commerciale. Il guaio è che si tratta di un processo scarsamente governato, privo di un chiaro disegno strategico, che vede il Comune sulla difensiva, quando non unicamente interessato a far buoni affari vendendo ai privati le proprie aree (prima il Mercato Ortofrutticolo, poi il PP1 e, forse, tra breve gli stabili dell’APS-Mobilità).

Le prospettive non sono affatto rosee, perché – come dimostrano i molti fallimenti dell’urbanistica contemporanea – una spinta zonizzazione funzionale di un così esteso settore urbano necessariamente provocherà un ulteriore deterioramento di un tessuto sociale già debole e frammentato; una vera e propria desertificazione con gravi conseguenze per la qualità della vita e per la stessa sicurezza degli abitanti. Le vicende di via Anelli, del Pescarotto e di via Tommaseo insegnano.

Va quindi affrontato il tema di un ridisegno complessivo delle funzioni e delle morfologie urbane che dovranno caratterizzare tutto il comparto. Oltre alla doverosa riqualificazione ed al potenziamento degli insediamenti residenziali e dei servizi di vicinato, una funzione chiave che – coinvolgendo in particolare l’Università, l’Ente Fiera e le Ferrovie dello Stato – potrebbe contribuire a rivitalizzare ed a fornire una nuova identità al quartiere è quella della cultura e delle attività creative in senso lato: arte, ricerca, sperimentazione nuove tecnologie, media, cinema, Tv, informatica, musica, spettacoli, ecc. È questa una proposta motivata da un insieme di considerazioni:

  1. La cultura è oggi non solo una componente essenziale per la qualità della vita urbana e il benessere dei cittadini, bensì anche il più efficace motore dell’innovazione e della competitività economica.
  2. Il settore urbano interessato è localizzato in posizione baricentrica tra il centro storico e il quartiere dell’Arcella. Ove si persegua l’obiettivo, più volte enunciato, di superare in un futuro non lontano la storica barriera costituita dalla stazione e dalla linea ferroviaria Padova-Venezia, questa parte di città potrebbe ben aspirare a trasformarsi in un anello di congiunzione, in un centro di gravitazione a servizio delle due realtà urbane.
  3. La perdita di attrattività della Fiera, rispetto ad altre realtà, sta rendendo non più sostenibili molte delle sue  manifestazioni fieristiche tradizionali. Da tempo se ne stanno ridiscutendo le funzioni e le strategie: verso una più spinta specializzazione delle manifestazioni (con minore occupazione di spazio espositivo) e ad una più stretta integrazione con la vita quotidiana della città, con le attività economiche più innovative del territorio e con la ricerca scientifica.
  4. Anche l’Università si sta ponendo il problema sia di una rivitalizzazione sociale dei luoghi in cui si concentrano i suoi istituti (spazi e servizi aperti alla popolazione residente, apertura serale di biblioteche e sale di lettura, ecc.), sia di una ricaduta sul territorio della ricerca scientifica e della didattica svolta in ambito universitario. Sono noti i problemi generati nel vicino quartiere del Portello dal problematico inserimento di una cittadella universitaria in un contesto urbano caratterizzato prevalentemente dalla presenza di popolazione anziana e dalla carenza di servizi, ma non certo migliore è la situazione a nord del Piovego. Un accogliente e vivace “Distretto per la cultura e la creatività digitale”, in grado di offrire a prezzi accessibili spazi per laboratori, studi professionali, gallerie d’arte, sale d’esposizione, bar, ristoranti, locali per lo spettacolo ed il tempo libero, avrebbe senza dubbio assicurato un consistente bacino d’utenza nelle decine di migliaia di studenti che frequentano gli istituti universitari, ma anche negli abitanti dei quartieri limitrofi e più in generale nella popolazione cittadina.